La Pasqua di Mariano Avellana in un anno importante

La Pasqua di Mariano Avellana in un anno importante

Il ricordo della Pasqua del nostro Venerabile P. Mariano Avellana, il prossimo 14 maggio, acquista una rilevanza speciale quando nel 2023 ricorre il 150° anniversario del suo arrivo in Cile.

Mentre commemoriamo il 119° anniversario della morte di colui che è stato considerato il più grande missionario che il Paese abbia conosciuto nel suo tempo, questa ricorrenza pasquale assume un significato inseparabile dal Sesquicentenario del suo arrivo, al di là della sua abituale memoria il 14 di ogni mese.

Quasi 31 anni separano le due date nella vita del Venerabile, da quando mise piede in terra cilena fino a quando morì come gli eroi: nell’ultima delle sue oltre 700 missioni e predicazioni in tutto il Paese; nella sua offerta di evangelizzazione instancabile e di servizio preferenziale ai malati, ai carcerati e ai più abbandonati.

Celebrare e interrogarsi come una famiglia

Mentre la comunità clarettiana di San José del Sur prepara diversi atti commemorativi per il Sesquicentenario dell’arrivo del Venerabile in terra americana, questo nuovo anniversario della sua Pasqua ci permette di valorizzare in tutta la sua dimensione la testimonianza di vita che Mariano Avellana pone per tutta la famiglia clarettiana. Anche lontano dai confini dell’America, dove l’ha vissuta senza misura, il suo esempio di “missionario fino in fondo” convalida in pienezza davanti alla Chiesa il carisma del suo fondatore e padre congregazionale, Antonio María Claret, interpella soprattutto i suoi missionari in tutto il mondo e illumina per loro un cammino che Mariano ha aperto 150 anni fa e che non ha perso la sua validità per l’evangelizzazione del XXI secolo.

Perché superare la naturale tendenza all’agio e alla disinvoltura per andare in fretta alla ricerca dei malati, degli sconfitti dal vizio e dei maltrattati sotto il peso dell’egoismo, dell’ingiustizia e dell’abbandono, è impegnativo oggi come quando i primi clarettiani misero piede sul suolo americano, e tra loro Mariano sentì che non poteva riposare davanti alle piaghe della povertà alle porte stesse della comunità primitiva. In tal modo comprese la necessità di santificarsi come missionario superando anche l’esaurimento delle forze e i dolori che lo martirizzavano in vita.

Le sfide di oggi hanno certamente cambiato i volti e le fatiche, e nel mondo globalizzato i drammi che spingevano Mariano a correre instancabilmente verso le “frontiere”, come oggi Papa Francesco chiede a religiosi e laici come un’esigenza urgente e primordiale, sono ancora presenti in forme diverse.
Celebrando la sua memoria in questo 14 maggio e proiettandola sui 150 anni da quando Dio stesso è venuto con lui a benedire questa terra, è giusto e necessario gioire nel Signore e ringraziarlo per aver suscitato in essa un tale apostolo. Ma è soprattutto assumere nel proprio stile di vita la testimonianza missionaria che il venerabile Mariano ha lasciato in eredità alla famiglia clarettiana.

Nelle comunità, così come nelle scuole, nei santuari e nelle opere pastorali di San José del Sur, si terranno commemorazioni del Venerabile, oggi, in date vicine o nel corso dell’anno. Tra quelle già in corso, vale la pena di menzionare un programma di sei brevi capitoli su Youtube che, a partire da oggi, saranno proposti il 14 di ogni mese dal parroco del Cuore di Maria di Antofagasta, Pepe Abarza. Il primo si trova all’indirizzo:

Mariano Avellana è un prezioso patrimonio spirituale della Congregazione e dell’intera famiglia clarettiana. Pertanto, la sua figura sarà sicuramente un degno motivo per riflettere durante tutto l’anno e in diversi luoghi sulla forma “eroica” che la Chiesa ha riconosciuto alla sua testimonianza di autenticità religiosa e missionaria secondo il carisma clarettiano.

Alfredo Barahona Zuleta, Vicepostulatore, Causa del Venerabile P. Mariano Avellana, cmf

Santa Pasqua 2023

Santa Pasqua 2023

Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso.

L’annuncio della Pasqua si espanda nel mondo con il gioioso canto dell’Alleluia. Cantiamolo con le labbra, cantiamolo soprattutto con il cuore e con la vita, con uno stile di vita “azzimo”, cioè semplice, umile, e fecondo di azioni buone.

                                                                                         Benedetto XVI

Buona Pasqua nella gioia e nella pace di Cristo Risorto.

Postulazione Generale delle Cause dei Santi   dei Missionari Clarettiani

1° FEBBRAIO – MEMORIA DEI BEATI MARTIRI CLARETTIANI

1° FEBBRAIO – MEMORIA DEI BEATI MARTIRI CLARETTIANI

PRESENTAZIONE DELLA NUOVA ICONA DEI 184 BEATI MARTIRI CLARETTIANI

Si tratta di martiri uccisi per la loro fede in Cristo durante la persecuzione religiosa che ebbe luogo durante la guerra civile spagnola che, dal 1936 al 1939, insanguinò l’antica e nobile nazione iberica. Tutti appartenevano alla Congregazione dei Figli del Cuore Immacolato di Maria (Missionari Clarettiani) e, sebbene in luoghi e date diverse, senza mai cedere alle insinuazioni dei persecutori, subirono in quegli anni la stessa tragica morte. Erano sacerdoti missionari, fratelli e studenti. Il più giovane aveva solo 16 anni. A questi si aggiunge il martire missionario Andrés Solá, assassinato in Messico (1927).

ICONA DEI 184 BEATI MARTIRI CLARETTIANI

Tecnica: tradizionale iconica – tempera all’uovo su legno esotico Samba

Misure: 100/77 cm

Icona dipinta a mano da Sig.ra: Teodora Bozhikova, laurea specialistica di opere d’arte, conservatrice, doratrice, copista, scrittrice di icone e insegnante.

L’icona rappresenta 184 Martiri Clarettiani nella gloria, nel Regno di Dio.

Nella parte superiore c’è un’iscrizione in latino:

MARTIRI CLARETIANI – TIBI CHRISTE DONUM SANGUINIS NOSTRI

PANTOKRATOR

La parte centrale della composizione mostra il Cristo Pantocrator che benedice i martiri e li accoglie nella sua gloria. La croce verde dietro Cristo è la Croce della Gloria – Crux Gemmata. È il segno della trionfale e salvifica passione e morte di Cristo, che si è fatto Sommo Regnante. Le croci di questo tipo raffigurano la maestosità della potenza di Dio e, inoltre, la visione della Gerusalemme celeste. Il colore della croce è verde, in riferimento all’Albero della Vita. Le pietre preziose, nella loro forma, si riferiscono al dipinto principale della parete dell’altare nella cappella della Casa Generalizia dei Clarettiani in Italia. Tutta la luce proviene dal centro della composizione, ecco perché la colorazione è più accentuata in questa parte dell’icona.

Lo sfondo giallo/oro che circonda l’intera composizione rappresenta la Luce Celeste proveniente da Dio, mentre i due alberi di pino (nella parte superiore a sinistra e a destra, come simbolo di potere e immortalità, indicano la Gerusalemme Celeste.

IL CUORE IMMACOLATO DELLA VERGINE MARIA

Nella parte centrale, sotto la figura del Pantocratore, c’è una figura di Maria – Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria, che è la Patrona della Congregazione dei Missionari Clarettiani. È raffigurata insieme ai Martiri come Avvocata, Protettrice e Madre che conduce al Figlio. Come Regina del cielo, si trova su una base ornamentale.

TAVOLA DI SACRIFICIO

Nella parte centrale in basso dell’icona c’è un tavolo per le oblazioni. Su di esso si trova un’eterna lampada e rami d’ulivo, che sono il simbolo della gloria e del martirio. Il colore rosso della tovaglia sottolinea il martirio, ma anche la festa reale a cui i martiri sono invitati.

BEATI MARTIRI CLARETINI

I martiri sono rappresentati in quattro gruppi. Sono tutti presentati come trasfigurati, illuminati dalla luce celeste, quindi i colori delle tuniche al lato di Maria sono talmente illuminati che si trasformano in marrone. Il più spesso i martiri vengono mostrati nel gesto dell’orante, con rosari o croci nelle loro mani. Due figuranti tengono in mano i Vangeli. La figura di padre Juan Diaz Nosti ha in mano un cesto pieno di pani e il beato Andrés Solá porta un calice.

I. A sinistra (secondo la prospettiva dell’osservatore), al livello superiore, si trovano 51 Martiri Missionari Clarettiani di Barbastro (Spagna) con i loro formatori. Seminaristi assassinati durante la guerra civile spagnola, beatificati nel 1992. Nello stesso gruppo è dipinta la figura del Beato Andrés Solá, beatificato nel 2005.

II. A destra di Maria (di fronte allo spettatore), al livello superiore, si trovano 23 Martiri di Sigüenza, Fernán Caballero e Tarragona, beatificati nel 2013. Tutti portano rami di palma come simbolo di vittoria, trionfo, pace e vita eterna.

III e IV. Nella parte inferiore della composizione, sono presentati in due gruppi 109 martiri beatificati nel 2017.

A sinistra dell’icona (secondo la prospettiva dell’osservatore) 60 Martiri dalle Comunità di Solsona/Cervera (P. Jaume Girón e 59 Compagni). A destra dell’icona gli altri 49 martiri dalle Comunità di Barcellona, Sabadell, Lleida, Vic, Santander e Valencia.

FONDO

I colori dell’icona ricordano in qualche modo quelli della pittura murale del presbiterio della cappella della Casa Generalizia in Italia, dove sarà collocata l’icona. I colori dell’icona sono invece più luminosi e gioiosi, mostrando la gioia della Gerusalemme celeste a cui tutti sono invitati.

Santo Natale 2022

Santo Natale 2022

Negli ultimi tempi, per ricapitolare tutte le cose, la Parola di Dio, il Figlio di Dio Gesù Cristo nostro Signore si è fatto uomo tra gli uomini, e gli uomini hanno potuto vederlo e toccarlo. Egli ha fatto morire la morte, ha fatto vivere la vita e ha realizzato la comunione tra Dio e gli uomini.

Dalla Demonstratio apostolicae praedicationis, 6, di S. Ireneo di Lione, Dottore della Chiesa.

Buon Natale e sereno Anno Nuovo
nella gioia e nella pace del Signore

P. Krzysztof Gierat CMF
Postulatore Generale

200° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA  DEL VENERABILE P. JAIME CLOTET Y FABRÉS, CMF

200° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DEL VENERABILE P. JAIME CLOTET Y FABRÉS, CMF

Cofondatore della Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria

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Jaime Clotet nacque a Manresa (Barcellona) il 24 luglio 1822, ultimo di otto fratelli. I suoi genitori, il sig. Ramón Clotet e la sig.ra Gertrudis Fabres, di posizione sociale benestante e di buoni valori religiosi, impartirono a Jaime un’accurata educazione basata sul santo timore di Dio. Quando aveva solo nove anni, entrò nella Congregazione di San Luis Gonzaga. Chiunque lo abbia conosciuto in età matura ha potuto constatare come conservasse ancora “tutta la freschezza e il candore immacolato di quell’età benedetta”, dice il suo biografo padre Mariano Aguilar.

A quell’età cominciò a sentirsi orientato verso il sacerdozio e i suoi genitori, per i quali Jaime era oggetto di particolare affetto, sia perché era l’ultimo dei loro figli, sia soprattutto per l’estrema bontà di carattere e per altre qualità molto preziose che vedevano in lui, lo iscrissero a studiare grammatica latina nella scuola che i Padri Gesuiti avevano in città. Studiò filosofia all’Università di Barcellona e altri quattro anni di teologia al Seminario di quella città. Nel 1843 si recò al Seminario di Vich per studiare teologia morale e pastorale per due anni. A causa della persecuzione religiosa in Spagna, Jaime si recò a Roma per essere ordinato sacerdote il 20 luglio 1845. Al suo ritorno, nel luglio 1846, fu nominato Vicario dell’Economo di Castellfollit del Boix, una parrocchia situata di fronte a Monserrat. Un anno dopo fu nominato economo di Santa Maria de Civit, un altro piccolo villaggio in montagna.

Il suo ministero parrocchiale durò quattro anni, che Jaime Clotet descrisse come pastoralmente molto buoni. Fu in questo periodo che iniziò la sua attività di catechesi per i sordomuti, un’esperienza singolare che segnerà il suo stile missionario per tutta la vita… Tutto nacque, racconta P. Clotet, spontaneamente quando “verso il 1848, mentre lavoravo come sacerdote economo in un piccolo villaggio della diocesi di Vich”, un uomo anziano venne in sacrestia con il figlio sordomuto, ormai giovane, per confessarsi. Di fronte ai dubbi di Clotet che il giovane potesse capirlo, il contadino gli disse: “e affinché tu ti convinca, gli parlerò in tua presenza e lo farò parlare con me… convincendomi che in realtà il figlio capiva il padre e il padre capiva il figlio”. Alla luce di ciò mi sono detto: se un uomo di campagna e senza lettere è arrivato a comprendere perfettamente l’arte di parlare con i segni, perché non dovresti conoscerla tu prendendo lezioni da qualche uomo competente? Ma dove trovarlo? E mi è rimasto il desiderio”.

La forte inquietudine missionaria che batteva nel cuore di Clotet lo spingeva oltre l’orizzonte della parrocchia. Provvidenzialmente, riuscì a mettersi in contatto con Padre Claret, che stava per fondare la Congregazione, e il 16 luglio 1949 era già con lui come parte del gruppo dei cofondatori; era il più giovane di tutti. Clotet scopre finalmente la sua vocazione missionaria e trova nella nuova Congregazione il luogo migliore per viverla.

Durante i primi anni nella Congregazione clarettiana si dedicò interamente al ministero delle missioni popolari, agli esercizi spirituali e, soprattutto, alla catechesi, un ministero per il quale si sentiva particolarmente qualificato.

Nel 1858, Clotet fu eletto sotto-direttore della Congregazione, carica che mantenne per 30 anni consecutivi. I suoi compiti aumentarono quando fu nominato Superiore locale della Casa Madre di Vich (1864-1868) e fu responsabile della formazione dei primi Fratelli Coadiutori. Queste circostanze lo costrinsero ad abbandonare l’itineranza a favore di un apostolato più stabile.

Chi lo conosceva diceva che la catechesi era la sua occupazione preferita. Anzi, lo considerava il dovere primario di genitori, sacerdoti e insegnanti. Cercò di adattarsi alle capacità dei bambini, con esempi, parabole e paragoni. Per incoraggiare la perseveranza, li esortava a unirsi alle comunità giovanili, a leggere buoni libri e a frequentare le scuole domenicali o serali.

Abbiamo segnalato la sua predilezione per la catechesi per i sordomuti, ma anche il suo desiderio che qualcuno gli impartisse lezioni per comprendere perfettamente l’arte della lingua dei segni. L’occasione si presentò quando, a causa di un problema al ginocchio, dovette trascorrere diverse settimane a Barcellona. Lì, un sacerdote dell’Oratorio di San Filippo “ha avuto la carità di darmi lezioni quotidiane su come parlare ai sordomuti con i segni e su come capirli…”.

Jaime Clotet, con spirito missionario, ha cercato di apprendere le competenze necessarie per insegnare loro ciò che un cristiano non può ignorare.
A questo scopo, nel 1866, scrisse il libro La comunicazione del pensiero per mezzo di segni naturali. Ossia, Regole per capire e farsi capire da un sordomuto, che si sono rivelate molto utili per chi era impegnato in questo ministero apostolico. In seguito scrisse molti altri libri.

Ogni volta che ho visto un sordomuto per la prima volta, ho sentito un sentimento di compassione, ho avuto un impulso quasi irresistibile a occuparmi di fargli conoscere le principali verità della fede, una cosa difficile, certo, ma necessaria e di grande consolazione nella sua disgrazia (Catechismo, 5).

Ma non si accontentava di insegnare loro il catechismo, ma promuoveva l’integrazione sociale dei sordi, come sappiamo dalla testimonianza di fra’ Eustaquio Belloso, che viveva nella stessa comunità: Quando erano malati, li visitava; e procurava loro il bene che poteva quando ne avevano bisogno. Un certo José Serra, residente a Barcellona, la cui sorella sposata, che viveva a Vic, non lo voleva in casa sua a meno che non portasse un letto e dei vestiti e non guadagnasse abbastanza per mantenersi. Il Padre gli fornì un letto e dei vestiti e disse al suo servitore di insegnargli a cucire; in pochi giorni egli seppe fare i pantaloni; poi lo mise in una sartoria di fiducia, la sartoria Yuixa, dove imparò molto.

Nel settembre 1868 avvenne la rivoluzione che espulse dalla Spagna la regina Isabella II e con lei anche il suo confessore, l’Arcivescovo Claret, fondatore della Congregazione dei Missionari, i cui membri furono costretti a trasferirsi nel sud della Francia.

A Vich, sede della comunità missionaria a cui apparteneva padre Clotet, la Junta rivoluzionaria aveva deciso di occupare la Casa della Missione. P. Aguilar, biografo di P. Clotet, descrive i momenti in cui i membri della Junta andarono ad occupare la casa e la reazione nobile, umile e gentile di Clotet: “… alle tre del pomeriggio si presentò la terribile Junta, che P. Clotet, con la sua aria di umiltà e con il perenne sorriso sul viso, attese e raccolse alla porta del convento. Prima che avessero spiegato lo scopo della loro venuta, Padre Clotet, gentile e premuroso, li invitò a riposare e, con molte cortesi richieste, li invitò a recarsi nel refettorio dove il buon Padre aveva preparato per ciascuno un cioccolatino con il suo corrispondente dessert di frutta appetitosa. I signori accettarono il rinfresco, non dico volentieri, perché era impossibile che non arrossissero e non fossero imbarazzati alla vista del modo di reagire di padre Clotet, ma sì, con una dissimulazione malriuscita e come se fossero trascinati dalla gentilezza del buon padre? Quando erano già in strada, tutti lodavano la profonda umiltà di padre Clotet, dicendo a una sola voce: “è un santo, è un santo; la sua umiltà è affascinante e accattivante; solo per lui dovremmo lasciarli in pace”. Tuttavia… il Presidente della Junta ha comunicato a p. Clotet… l’ordine di lasciare l’edificio entro ventiquattro ore”.

Nel 1970 la Santa Sede approvò definitivamente le Costituzioni della Congregazione dei Clarettiani. A Prades, questa gioia si è completata con la presenza del Fondatore, il 23 luglio, arrivato da Roma con la salute abbastanza compromessa, anche se presto dovette lasciarli per cercare asilo politico nel monastero di Fontfroide, dove sarebbe morto il 24 ottobre. Per desiderio del Superiore Generale, p. José Xifré, p. Clotet accompagnò il Fondatore negli ultimi quindici giorni di vita, una circostanza che egli considerava una grazia straordinaria. Ogni giorno scriveva a P. Xifré per informarlo di tutte le circostanze della malattia del Fondatore, ed era sempre attento a tutte le sue parole, movimenti e desideri per servirlo e soddisfarlo il più possibile.
Poche persone conoscevano così da vicino il santo missionario Claret, non perché avesse vissuto a lungo al suo fianco, ma per la comunione spirituale che esisteva tra loro dopo la fondazione della Congregazione… e nelle ultime settimane della sua vita, quando P. Clotet si prese cura di lui con immenso affetto filiale.

In seguito, l’amore filiale di Clotet per p. Claret lo portò a darsi da fare per raccogliere tutti i dati e le testimonianze che avrebbero permesso di riconoscere la sua santità e di avviare così il processo di beatificazione. Fu così che, su richiesta del Superiore Generale, iniziò a scrivere il Sommario della vita del Venerabile, in cui i Figli Missionari del Cuore di Maria possono scoprire in dettaglio gli innumerevoli esempi edificanti del loro Fondatore.

L’affetto e l’ammirazione di Clotet per il santo Fondatore lo portarono a imitarlo in tutti i dettagli della sua vita. “Quando alla fine del 1889 si recò a Parigi ed ebbe il suo primo incontro con la Regina Elisabetta II, questa signora, nel vederlo, provò una gioia indescrivibile, perché le sembrava di vedere in lui il ritratto vivente del suo vecchio e amato confessore, il Venerabile P. Claret.

La grandezza del suo affetto e della sua ammirazione per Claret si può dedurre dalle espressioni che usava quando era già sul letto di morte. A chi lo visitava e gli chiedeva delle sue condizioni, rispondeva molto bene, benissimo. E lo ha fatto in italiano “perché così faceva il Fondatore nella sua ultima malattia”.

Padre Jaime Clotet era principalmente un uomo di governo agli ordini del Superiore Generale, padre José Xifré. La Divina Provvidenza aveva fatto camminare insieme Xifré e Clotet, personaggi completamente opposti, per contrastare la virtù dei suoi servi nel crogiolo delle contraddizioni e delle umiliazioni e per mantenere il necessario equilibrio nelle loro opere.

Aguilar descrive con grande maestria l’avventura di vita di queste due provvidenziali persone nella prima storia della Congregazione clarettiana: “Accanto a p. Xifré, personaggio energico, che non temeva i pericoli, audace nelle grandi imprese, prodigo di sacrifici, indomito nelle avversità e di un coraggio sovrumano, ma dominato da una fede viva e forte, da una fiducia illimitata in Dio, da uno zelo ardente e inestinguibile per la gloria divina… ha posto p. Xifré in una posizione di rilievo. Clotet, un’anima altrettanto retta e giusta come la prima, ma di carattere completamente opposto, perché p. Clotet era per natura gentile e affabile, amante dell’ordine fin nei minimi dettagli, nemico delle avventure pericolose, paziente ricercatore delle disposizioni canoniche… osservatore minuzioso di cose e persone,… fiducioso, sì, in Dio, ma allo stesso tempo molto consapevole dell’obbligo di non tentarlo e di non oltrepassare i limiti ordinari della Provvidenza divina senza una reale necessità” (Aguilar, 246-247).

Le diversità di criteri, nate dalla diversità dei caratteri e delle attitudini, portarono P. Clotet a consultare P. Claret sull’opportunità di dimettersi dal suo incarico. Claret rispose che non doveva temere, perché l’opposizione di carattere che vedeva nel Superiore Generale sarebbe stata un grande bene per il suo spirito, rendendolo molto degno davanti a Dio, e allo stesso tempo avrebbe contribuito al bene maggiore dell’Istituto. P. Clotet e P. Xifré sono stati l’uno per l’altro come un diamante finissimo che hanno levigato e lucidato reciprocamente affinché la loro santità brillasse di più davanti a Dio e agli uomini.

Nel giugno del 1888, dopo trent’anni di mandato, Jaime Clotet cessò di essere Sotto-Direttore generale della Congregazione e fu nominato Segretario per altri tre anni. Finché le forze e le numerose occupazioni glielo permisero, p. Clotet promosse vari corsi di esercizi spirituali, predicò le novene e la Quaresima a tutti i tipi di persone, offrì frequenti conferenze e omelie alla comunità in cui viveva, promosse la formazione catechistica degli studenti della Congregazione, e persino prese iniziative a favore del Catechismo Universale Unico.

Nel giugno 1892 gli viene proibito di predicare per motivi di salute, come racconta lui stesso: “Il Padre Generale mi ha detto di non predicare ai sacerdoti, né agli ordinandi, né alle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, perché mi manca la voce; e che dovrei occuparmi solo di spiritualità per quelli di casa, predicando raramente per quelli di fuori.

Il 4 febbraio 1898, all’età di settantacinque anni, il Servo di Dio Padre Jaime Clotet y Fabrés morì nella comunità di Gràcia. Quando padre Xifré seppe della morte di colui che per tanti anni era stato suo compagno e collaboratore nella direzione dell’Istituto, non riuscì a trattenere le lacrime e rese questo affettuoso omaggio alla memoria del suo santo compagno: “Era un modello di pietà, di zelo e di esercizio di tutte le virtù (…). Oltre a tutte le sue opere apostoliche, estese il suo zelo agli ospedali e alle carceri e soprattutto ai sordomuti, a beneficio dei quali pubblicò una piccola opera di grande utilità per coloro che si impegnano in tale opera pia (…). Privo della vista, si ritirò nella nostra casa di Grazia, dove terminò la sua vita pieno di meriti”.

Il 3 maggio 1989, Papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato Venerabile. Il decreto che proclama l’eroicità delle sue virtù offre queste affermazioni emblematiche sulla vita del Venerabile P. Jaime Clotet: “Tra i suoi confratelli della Congregazione è sempre stato considerato come un perfetto esempio dell’ideale del Missionario definito da Sant’Antonio Maria Claret… La sua missione nell’Istituto può essere riassunta come segue: solido difensore della vita interiore in un Istituto profondamente apostolico. La presenza di Dio era uno stimolo costante all’esercizio di tutte le virtù… un modello di giustizia, di pace interiore ed esteriore, di moderazione, di delicatezza di coscienza, di fiducia illimitata nella grazia divina”.

Preghiera

Dio nostro Padre, Tu vuoi che tutti possano conoscere Tuo Figlio Gesù. Ti chiediamo di concedere a padre Jaume Clotet di essere glorificato dalla Chiesa, affinché con il suo esempio ci siano cristiani disposti a insegnare il Vangelo, la via della Fede e dell’Amore, a tutti i sordi.
Se è possibile, concedimi la grazia che ti chiedo, con l’aiuto della nostra Santa Madre Maria del Silenzio. Amen. (si può pregare l’Ave Maria)

Non dimentichiamo oggi il venerabile Padre Mariano Avellana

Non dimentichiamo oggi il venerabile Padre Mariano Avellana

Ancora una volta, il quattordicesimo ci chiama al ricordo mensile del nostro futuro santo, il venerabile padre Mariano Avellana.

Le sue virtù eroiche, con cui ha saputo dedicarsi all’opera di evangelizzazione a cui il Signore lo aveva chiamato, essendo un “missionario fino alla fine” nonostante le grandi sofferenze fisiche e le tendenze negative che ha dovuto superare, sono degne di essere ricordate per sempre, soprattutto in questi giorni. Questo esempio è la motivazione più grande per cui da 35 anni preghiamo il Signore affinché si degni di glorificarlo sulla terra compiendo il miracolo che gli consenta di essere elevato agli altari. Affinché la luce mirabile della sua testimonianza di vita non rimanga nascosta, ma che, secondo il Vangelo, illumini dall’alto la nostra vita e quella del popolo cristiano, incoraggiandoci a lasciare le nostre comodità e la nostra mediocrità per donarci ai più bisognosi come ha fatto lui.

Se si tratta di esempio, come non desiderare l’eroismo con cui Mariano Avellana ha fatto della sua vita un martirio quotidiano, lavorando instancabilmente alla predicazione di centinaia di missioni, mentre un herpes gli rodeva il ventre e una piaga crescente gli saliva su per la gamba, per risplendere soprattutto dall’altare. Non è esagerato paragonare queste sofferenze, sopportate per decenni, al martirio in cui 184 dei suoi fratelli sono morti affrontando le pallottole piuttosto che rinunciare alla loro fede in mezzo a violenti conflitti religiosi.

Oggi che nel mondo continuano numerose guerre, sconvolgimenti sociali e crolli di sistemi economici che causano migliaia di morti, dolore, fame e sofferenza, soprattutto a danno dei settori più poveri e indifesi, vale la pena non solo invocare l’intercessione di Mariano Avellana per i malati gravi, i sofferenti e gli abbandonati che tali situazioni provocano, ma prendere esempio dalla sua instancabile opera per assisterli e mitigare le loro sofferenze a somiglianza di Gesù Cristo.

Che la memoria permanente dell’esempio di Padre Mariano, e specialmente in questo 14° giorno, ci incoraggi ad essere come lui “missionari fino alla fine”, secondo il nostro rispettivo posto nella vita sociale e l’impegno a cui questo ci obbliga secondo la fede e il Vangelo che professiamo.

 

Alfredo Barahona Zuleta

Vice-postulatore, Causae V.P. Mariano Avellana